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Presentato a Capocastello il volume “Il suono che parla”, Curcio: “Recuperare i giovani detenuti, le carceri minorili andrebbero abolite”

Pubblicato in data: 22/11/2014 alle ore:08:00 • Categoria: CulturaStampa Articolo

IMG_8333«Uno strumento interessante quanto controcorrente data la questione di fondo che sottende, ovvero la relazione con i giovani chiusi nelle carceri. Questo libro rappresenta un valido mezzo per valutare quanto accade all’interno degli istituti per poi, però, aprire le porte a quanti ci finiscono dentro», con queste parole Renato Curcio, editore ed ex brigatista, commenta il libro presentato ieri sera nella la Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Capocastello a Mercogliano. Un percorso durato due anni ma che parte da lontano è racchiuso nelle pagine de «Il suono che parla – Percorso di scrittura creativa ed espressione rap nel carcere minorile di Airola» dell’autrice Rosa Vieni ed edito da «Sensibili alle Foglie» di Curcio. «Il nostro orientamento è più radicale – prosegue – dato che riteniamo che le carceri minorili debbano essere abolite in questo Paese, una battaglia sociale complessa di cui siamo convinti». L’esperienza di recupero effettuata nel carcere di Airola attraverso la musica rap rappresenta un esempio positivo di svolta per i giovani detenuti: «Siamo abituati a metterci sempre dalla parte del torto – afferma Don Vitaliano – se gli immigrati, spesso, non vengono accettati figuriamoci i detenuti, ma per tutti noi sarebbe un fallimento ridurre tutto al carcere senza tentare un recupero, un modo per dire che la nostra società non vale più nulla. Invece, dobbiamo tirare fuori i valori della nostra Costituzione uniti a quelli dell’essere cristiani». Di qui la scelta di invitare in parrocchia Curcio: «In questo senso la presenza di Renato Curcio, tra i fondatori delle Brigate Rosse – conclude il parroco –, testimonia come scelte sbagliate possano essere pagate e ora insegnare a non commettere più certi errori».
L’analisi socio-educativa realizzata dalla sociologa, che ha lavorato nel 2011 e nel 2012 a stretto contatto con 24 ragazzi del carcere minorile beneventano, rappresenta, dunque, un esperimento da portare avanti: «La funzione della musica rap è una valida distrazione per questi giovani – commenta l’autrice accanto a Francesco Vespasiano docente di Sociologia dell’Università degli Studi del Sannio – questo tipo di musica attira la loro attenzione e li porta lontano dai reati che hanno commesso e che li trattengono in carcere o dalle problematiche che spesso coinvolgono anche le loro famiglie».
Di qui la volontà di reindirizzare il percorso di vita dei giovani detenuti affinché possano avere una nuova possibilità al di fuori della porta del carcere: «Elementi positivi concreti sono stati evidenziati già durante il corso di rap in quanto il clima nei diversi gruppi di ragazzi è migliorato al punto da vedere azzerati i rapporti disciplinari – conclude – il merito va proprio al linguaggio rap che ha presa sui ragazzi perché consente loro di sfogare rabbia e desideri e contemporaneamente contribuisce a creare senso di gruppo sia tra loro ma anche verso i cantanti stessi spesso accomunati da un passato simile raccontato poi nei testi delle canzoni».

 

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